Consorte dalla finanza rossa all’avventura con Cazzola

«Come, che fine ho fatto? Faccio quello che so fare. Confido di essere presto prosciolto da ogni accusa. E quando sarò libero di parlare, altri si dovranno giustificare». C’è un vago tono di minaccia nel sorriso di Giovanni Consorte quando ci riceve nella sede, affacciata sui tetti rossi di Bologna, della sua “Intermedia”, merchant bank con 172 soci e 155 milioni di capitale fondata da poco più di un anno. Quello che sa fare è muovere soldi, mettere in moto operazioni industriali, fiutare affari. È al lavoro in maniche di camicia, proprio come quando, al vertice di Unipol, protagonista della scalata alla Bnl, era il riverito re della finanza rossa e Fassino al telefono gli chiedeva: «Allora, abbiamo una banca?».
Sono passati tre anni e mezzo ed è successo di tutto. Il volo verso il sancta sanctorum della finanza italiana, le indagini della magistratura, la scoperta di veri o presunti scheletri nell’armadio di Consorte, i 2,4 milioni guadagnati grazie a un prestito di Fiorani, i 25 milioni incassati da Hopa di Gnutti per l’operazione Telecom, e una valanga di accuse pesanti come macigni. E se non bastasse, un tumore, lo scontro con i suoi ex amici dell’Unipol che lo accusano di guadagni personali nella compravendita di immobili della società. E un vecchio processo per insider trading. «Ora, grazie a Dio, sto bene dice il manager sessantenne, un po’ invecchiato, ma ancora grintoso come ai tempi in cui voleva creare il primo gruppo di bancaassicurazione in Italia ho vissuto esperienze drammatiche, ma presto sarò libero. Potevo far nascere un caso politico, ma ho scelto di difendermi da solo con i miei avvocati e, arrivato alla fine, dirò quello che devo dire». Si sente a un passo dal traguardo, l’ingegnere di Chieti che in trent’anni ha scalato fino alla cima le coop rosse emiliane. Finché, travolto dall’inchiesta di ‘bancopoli’ è stato costretto ad andarsene.

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